“Un film che con una materia grezza, frammentaria e orchestrata con originalità, riesce a trasportarci in un’esperienza estetica e politica di rara forza e bellezza. Il suo bianco e nero trasforma la realtà in una riflessione sulla lotta e la sopravvivenza dei viventi, uomini, animali, terra, con un finale di pura meraviglia e stupore che ci dà la vertigine del nostro essere al mondo”.
Con questa motivazione Meteorlar di Gürcan Keltek si è aggiudicato il primo premio (3500 euro) della seconda edizione di IsReal – il Festival di cinema del reale dell’Isre di Nuoro. La giuria composta da Alessandro Comodin (regista), Manuela Buono (produttrice e distributrice) e Lorenzo Giusti (direttore del Museo MAN e dal 2018 della GAMeC – Galleria d’Arte Moderna e Contemporanea di Bergamo) hanno votato all’unanimità per il film turco.
L’opera prima di Gürcan Keltek – nato a Izmir nel 1973 – racconta un Kurdistan sconvolto dalla repressione: tra le rovine di una guerra taciuta e rimossa, laddove la variazione di registro tra immagini di repertorio girate in prima linea, la narrazione in capitoli e l’interpretazione della scrittrice Ebru Ojen con passi scelti dal suo libro The Vaccine sembra rispondere a una necessità non solo artistica ma anche politica. Quando il potere impone l’uso della forza e la repressione delle minoranze come unico strumento dialettico, è più che mai necessario trovare un altro linguaggio per poter parlare. E nuovi occhi per tornare a vedere.

Il secondo premio (2000 euro) va a Spectres Are Haunting Europe di Maria Kourkouta e Niki Giannari, sugli eventi di cronaca legati ai profughi di Idomeni, con la seguente motivazione: “Inquadrature parziali di corpi e di masse, dettagli e frammenti di un’umanità sofferente, voci che chiedono dignità. Il film riporta un angolo d’Europa in preda a migliaia di occhi ciechi e orecchie sorde. Durante lo scorrere delle immagini sullo schermo, il camminare cambia di significato : sentiamo così la necessità umana dell’andare, il desiderio rabbioso di essere riconosciuti, la tragica constatazione della propria impotenza. Il film rimanda alla condizione del migrante in ogni epoca e luogo, echi orribili della storia del ‘900 e non solo. Qui si ribalta il punto di vista e si mette in discussione il nostro ruolo di spettatori e cittadini passivi, consumatori bulimici di immagini già perdute”.

Il premio della Giuria giovani va a Moo Ya di Filippo Ticozzi, “per la capacità di raccontare con sensibilità e spontaneità tanto le piccole gioie della vita quotidiana quanto le atrocità e le violenze della guerra civile; per la bellezza delle inquadrature che offrono prospettive singolari e mai scontate; per lo sguardo del regista che sa essere allo stesso tempo tradizionalmente documentaristico e orientato all’innovazione”.

“Sono molto felice del successo di questa edizione”, spiega il presidente dell’Isre Giuseppe Matteo Pirisi, “abbiamo omaggiato la settima arte con una rassegna ricca, che ha trovato un ottimo riscontro di pubblico e che ha avuto come fil rouge uno sguardo aperto sul Mediterraneo. La nostra convinzione, infatti, è quella che non si debbano costruire muri, ma erigere ponti di dialogo e di speranza”.

“Si è trattata di un’edizione di grande successo su tutti i fronti”, conclude il direttore artistico del Festival Alessandro Stellino “abbiamo scommesso su un programma ancora più ricco di quello dell’anno scorso, con venticinque film presentati nell’arco di sei giorni e una costante affluenza di pubblico anche nelle fasce mattutine e pomeridiane, raggiungendo oltre le 3000 presenze. Gli spettatori hanno risposto alla programmazione con grande passione e curiosità, trattenendosi in sala per discutere dei film con i registi e dimostrando di aver gradito l’orientamento della selezione e le scelte artistiche alla base di essa. Gli stessi autori si sono dichiarati entusiasti e sorpresi di fronte all’accoglienza riservata alle loro opere. Si tratta di un’esperienza che può solo crescere e migliorare e sono lieto di essere già stato confermato alla guida della prossima edizione, da tenersi nella primavera prossima, perché significa che il lavoro fatto fin qui è stato valido e ci mette nelle condizioni di svolgere al meglio, e da subito, quello per il 2018”.

Un festival del cinema, o film festival, tecnicamente è una manifestazione culturale che presenta al pubblico dei film, generalmente inediti. IsReal è questo è molto di più: è partecipazione, è entusiasmo, è cultura che vive e si respira nei volti dei suoi protagonisti. Questi siamo noi.

La magia della prima giornata di IsReal, Festival di Cinema del Reale “Sguardi sul Mediterraneo” della città di Nuoro. Dopo la cerimonia di inaugurazione abbiamo visto due film bellissimi: la Cena delle anime di Ignazio Figus; a seguire e l’attesissimo Surbiles, di Giovanni Columbu, in anteprima nazionale. La serata ha registrato il tutto esaurito.

La della seconda edizione di IsReal – Festival di Cinema del Reale “Sguardi sul Mediterraneo”, scalda i motori. Organizzato dall’ISRE con la collaborazione di Fondazione di Sardegna e Fondazione Sardegna Film Commission, e con la partnership di TEN – Teatro Eliseo di Nuoro, il Festival, che avrà luogo all’Auditorium del Museo del Costume di Nuoro dal 3 all’8 ottobre 2017 per la direzione artistica di Alessandro Stellino, anche quest’anno si presenta ricco di soprese, novità ed eventi, fin dalla prima giornata. 24 i film in programma, 9 le anteprime nazionali, 8 i film in concorso.

“Per arrivare ha questo risultato” spiega Stellino “abbiamo lavorato alacremente con grande impegno insieme al comitato di selezione, che ha visionato diverse centinaia di film, in parte arrivati attraverso il bando istituito dall’ISRE e in parte sulla base di quanto presentato nei principali festival internazionali d’ambito documentario. Il festival è cresciuto, rispetto all’anno scorso, in questo senso, con un giorno in più di programmazione e numerose opere che verranno mostrate a Nuoro in prima visione. Inoltre il concorso si caratterizza per autori giovani all’opera prima e seconda: ci piace pensare di portare a IsReal il futuro del cinema del reale”.

Il film di apertura del Festival è l’attesissimo Surbiles di Giovanni Columbu, in prima assoluta nazionale dopo il fortunato passaggio al Festival di Locarno. In un’atmosfera inquietante e sovrannaturale, quasi da film horror, in un mondo di inquietudini, sospeso tra sogno e realtà come quello di David Lynch, il documentario racconta le vampire della tradizione sarda: donne cui un tempo veniva attribuita la morte improvvisa e inspiegabile dei bambini. Il regista sarà a Nuoro in occasione della proiezione, accompagnato dalla figlia Simonetta, attrice protagonista del film.

Il film di Columbu sarà accompagnato dal corto documentario di Ignazio Figus La cena delle anime (ambientato a Orune, prende il via dalla preparazione di un banchetto per i defunti, non senza punte di tagliente ironia ma nel massimo rispetto della tradizione), mentre domenica 8, in occasione della cerimonia di chiusura e premiazione, si proietterà Futuro prossimo di Salvatore Mereu, dove si raccontano le storie di Rachel e Mojo, che vagano per Cagliari alla ricerca di un lavoro che non c’è. Realizzato nell’ambito di un progetto di collaborazione tra il regista e l’Università di Cagliari, con studenti impegnati nelle varie mansioni della pratica cinematografica, il cortometraggio è interpretato da attori non professionisti che hanno vissuto realmente, seppur non alla lettera, le esperienze filmate, nell’idea “zavattiniana” che guardare al mondo sia sempre la via maestra per dar voce a un sentimento e raggiungere una presa di coscienza.
“Importante sottolineare l’orientamento del festival legato alla dicitura ‘Sguardi sul Mediterraneo’” aggiunge il presidente Pirisi: “Situata al centro dell’ampio bacino acqueo che la circonda, la Sardegna gode di una posizione privilegiata, costituisce un ipotetico ponte tra la sponda nord e quella sud del Mediterraneo e si fa crocevia tra oriente e occidente, offrendosi come luogo ideale per un dialogo tra terre lontane e culture diverse. E questo, nell’onorare la missione che statutariamente è stata affidata all’ISRE dalla Regione Autonoma della Sardegna fin dalla sua istituzione, vorremmo che fosse, sempre maggiormente, il ruolo dell’Istituto: punto di riferimento per la Sardegna tutta, custode delle sue preziose tradizioni, ma anche rifugio di immaginari, speranze, suggestioni e voci provenienti da oltremare”.

IL CONCORSO INTERNAZIONALE
Ricchissima la pattuglia dei film in concorso cui, anche quest’anno, la giuria principale (composta dalla produttrice Manuela Buono, il regista Alessandro Comodin e il curatore Lorenzo Giusti) assegna un premio di 3500 euro al primo classificato e 2000 al secondo, mentre il terzo premio di 1000 euro viene assegnato da una “Giuria giovani” composta da sette studenti universitari sardi.
8 i film in concorso, tutti d’ambito Mediterraneo:
Dark on Dark di Laurent Thivolle: in una piazza di Tolosa, uno studente universitario incontra per caso il figlio di un re di una tribù del Niger. La sua voce è quella dei subalterni del mondo, discendenti di sovrani che si ritrovano ridotti ai margini della società. In prima nazionale.
Gondwana di Riccardo Giacconi supera le barriere del documentario per raccontare l’unica comunità di Tuareg stanziata in Italia e il loro lungo cammino, tra territori rocciosi da cui affiorano le ossa di un misterioso animale gigante, il mitico “Jobar” che terrorizza i bambini. In prima nazionale.
Con Meteorlar di Gurkan Keltek si va in un Kurdistan violato e sconvolto dalla guerra, dove il caos è imperante: attraverso frammenti di immagini si ricostruisce la narrazione di un presente rimosso, testimonianza di una lotta disperata di un popolo contro l’ingiustizia. In prima nazionale.
In House in the Fields, Tala Hadid (nipote del celebre architetto Zaha Hadid) tratteggia un ritratto intimo e lirico di una comunità berbera che vive da anni isolata sulle montagne dell’Alto Atlante in Marocco e la fine dell’infanzia di due sorelle.
Moo Ya di Filippo Ticozzi racconta il viaggio senza meta di Anthony Modesto Opio, un cantastorie cieco che vive in un villaggio isolato dell’Uganda e che parte – guidato dal suo bastone – per ridefinire le coordinate di un mondo segnato da ferite profonde.
Onomanzia di Fatima Bianchi è la storia del nome Fatima nel suo significato multiplo, città, santa, donna, canto, preghiera: diverse forme di espressione legate a un nome, che permettono loro di superare confini geografici e religiosi, barriere linguistiche e politiche. In prima nazionale.
Rio Corgo di Maya Kosa e Sergio da Costa ci conduce nelle atmosfere sospese e rarefatte di un villaggio portoghese in cui prendono vita i racconti del passato avventuroso dell’anziano Silva, riparatore di ombrelli, contadino, pastore, barbiere, muratore, minatore, giardiniere, clown e mago. In prima nazionale.
Infine, Spectres Are Hauting Europe di Maria Kourkouta e Niki Giannari ci mostra un esercito di spettri che si aggira per l’Europa, intrappolato nei suoi confini blindati: sono i profughi di Idomeni raccontati dallo sguardo lucido e rigoroso della giovane coppia di cineaste greche.

FILM FUORI CONCORSO E EVENTI SPECIALI
Il problema dei migranti è centrale anche in due film presentati fuori concorso: Enjoy the Ride di Ferruccio Goia punta la telecamera sui dispositivi di sicurezza e salvataggio delle vite umane in viaggio tra le due rive Mediterraneo: un’opera cinematografica che è anche un prezioso documento su quanto accade nel Canale di Sicilia. Sulla stessa barca di Stefania Muresu racconta invece i centri di accoglienza per migranti su suolo sardo, respirando con i propri personaggi in un limbo dove il terrore della fuga è ancora vivo e l’illusione di un futuro migliore non ha fatto i conti con la burocrazia dell’Europa in cui sognano di trascorrere la nuova vita.
Imperdibile lo strabiliante The Challenge di Yuri Ancarani: ambientato in Qatar, il film racconta di un giovane sceicco che raggiunge una località in mezzo al deserto, in uno scenario di sfarzo abbacinante, per mettere in atto un’incredibile competizione, che ha come protagonista un falco.
Liberami prende il nome dall’invocazione pronunciata dalle tante persone che affollano ogni martedì la chiesa di Padre Cataldo, esorcista siciliano, possedute dal demonio o forse solo dal male di vivere. Esilarante e terrificante al tempo stesso.
L’Isola di Medea, di Sergio Naitza, è invece un omaggio a Maria Callas nel quarantennale della morte (16 settembre 1977) che ripercorre la collaborazione sul set del film Medea di Pier Paolo Pasolini. Con interviste ai protagonisti del film e materiali dell’epoca si ricostruisce la straordinaria collaborazione tra due artisti che hanno segnato indelebilmente il loro tempo.

OSPITI D’ONORE: MASSIMO D’ANOLFI E MARTINA PARENTI
Ospiti speciali dell’edizione 2017 del Festival saranno Massimo D’Anolfi e Martina Parenti, autori di Spira mirabilis, presentato in concorso al Festival di Venezia. Tra le loro opere in programma a Nuoro anche Materia oscura, documentario sul Poligono sperimentale di Salto di Quirra, luogo di guerra in tempo di pace dove, per oltre cinquant’anni, i governi hanno testato “armi nuove” e fatto brillare vecchi arsenali militari, compromettendo inesorabilmente il territorio e provocando danni permanenti in abitanti e animali delle zone limitrofe.
Nel corso del Festival saranno presentati tutti i film del duo di registi: da I promessi sposi, esilarante ritratto di un’Italia iper-burocratizzata, a Grandi speranze, sui sogni di alcuni giovani industriali italiani in Cina, fino a Il castello, uno dei documentari italiani più premiati di sempre: l’aeroporto di Malpensa diventa la fortezza in cui si sperimentano i processi di sicurezza rimossi dalla società democratica, ma anche l’occasione per un viaggio attraverso le diverse stagioni della vita che si chiude su inaspettate forme d’opposizione al potere.
Gli autori saranno presenti a Nuoro nei giorni finali del festival e saranno a disposizione per incontrare il pubblico e la stampa.

IL CONCERTO DI CHIUSURA

Quest’anno IsReal si chiude con un gran finale. Domenica 8 ottobre, alle 21,30, l’attesissimo concerto-evento: sul palco del TEN di Nuoro si esibiranno per la prima volta insieme due tra le voci più autorevoli della Sardegna contemporanea: Iosonouncane e Paolo Angeli. “Innovatori con radici”, Angeli e Iosonouncane costituiscono un esempio importante del come la tradizione debba trovare, nella società attuale, un’evoluzione dei suoi linguaggi arcaici, collocandosi nel difficile confronto con il presente, senza cadere nella tentazione dell’oleografia. Nella loro musica, carica di elementi ancestrali e di evocazioni difficilmente catalogabili in un genere musicale, si respira l’isola con tutte le sue sfaccettature stilistiche. Un’espressione creativa che dipinge paesaggi sonori d’avanguardia e, allo stesso tempo, riporta al solco dell’aratro e alle variazioni minimali proprie di un arazzo realizzato al telaio.

Ormai manca poco: IsReal2017 è pronto a stupire. Il Festival dell’Auditorium del Museo del costume di Nuoro, in programma dal 3 all’8 ottobre, anche quest’anno si presenta ricco di soprese, di novità e di eventi, fin dalla prima giornata.

Il film di apertura del Festival è infatti un’anteprima nazionale: l’attesissimo Surbiles, di Giovanni Columbu. In un’atmosfera inquietante e sovrannaturale che ricorda quella dei film horror, in un mondo di inquietudini, sospeso tra sogno e realtà come quello di David Lynch, il documentario racconta le vampire della tradizione sarda: donne cui un tempo veniva attribuita la morte improvvisa e inspiegabile dei bambini.

Ricchissima la pattuglia dei film in concorso, di estrazione internazionale, cui anche quest’anno la giuria (composta da Manuela Buono, Alessandro Comodin e Lorenzo Giusti) assegna un premio di 3500 euro al primo classificato, duemila al secondo, mille al terzo.

Cinque le opere fuori concorso. Tra le più attese, L’Isola di Medea, di Sergio Naitza, omaggio a Maria Callas nel quarantennale della morte (16 settembre 1977) della Divina.

Ospiti speciali dell’edizione 2017 del Festival saranno Massimo D’Anolfi e Martina Parenti, autori tra l’altro di Spira mirabilis, presentato in concorso al Festival di Venezia. Tra le opere presentate a Nuoro c’è Materia oscura, documentario sul Poligono sperimentale di Salto di Quirra.

Tra gli eventi speciali, nel ricco programma spicca Futuro Prossimo, la nuova produzione di Salvatore Mereu, dove si raccontano le storie di Rachel e Mojo, che vagano per Cagliari, novelli Godot, alla ricerca di un lavoro che non c’è. Realizzato nell’ambito di un progetto di collaborazione tra il regista e l’Università di Cagliari, con studenti impegnati nelle varie mansioni della pratica cinematografica, il cortometraggio è interpretato da attori non professionisti che hanno vissuto realmente, seppur non alla lettera, le esperienze filmate, nell’idea “zavattiniana” che guardare al mondo sia sempre la via maestra per dar voce a un sentimento e raggiungere una presa di coscienza.

Quest’anno IsReal si chiude con un gran finale. Domenica 8 ottobre, alle 21,30, l’attesissimo concerto-evento: sul palco del TEN di Nuoro si esibiranno per la prima volta insieme due tra le voci più autorevoli della Sardegna contemporanea: Iosonouncane e Paolo Angeli.

Come nasce l’idea di un film come questo, in cui si mescolano testimonianze documentarie sull’argomento delle surbiles e momenti di messa in scena con attori professionisti e non?

L’idea del film nasce da racconti sentiti, anche di sfuggita, quando ero bambino, racconti che hanno lasciato dentro di me una traccia duratura. E insieme ai racconti anche oggetti, come quelli che vedevo nella casa dei miei nonni: una falce dentata, treppiedi rovesciati, rosari, grani di semola… Tutti portatori di una pluralità di elementi in grado di richiamare l’attenzione delle surbiles e indurle a una conta che, stando alla tradizione, non può andare oltre il numero sette, dunque in grado di produrre uno spaesamento e autoincantamento che le distolga dalla loro azione di insidia e aggressione fino all’alba. Ho ritrovato gli stessi racconti durante il lavoro di preparazione per Visos, anche se in maniera marginale: tra i 150 sogni raccolti all’epoca ne ho scelto solo sette e ce n’erano diversi relativi alle surbiles che sono rimasti fuori. Ma quelle testimonianze che trenta anni fa erano numerose, spontanee e dettagliate, quando poi ho finalmente deciso di raccoglierle sembravano improvvisamente scomparse… e questa sorta di omertà intorno al tema mi ha spinto a indagare ancora più a fondo, perché c’era troppa determinazione a negare.

Le surbiles emergono come figure inquietanti ma non esclusivamente maligne. La loro connotazione è fortemente malinconica…

In origine mi sembravano solo figure afferenti al territorio del male ma realizzando il film ho scoperto che in realtà sono più complesse: sono innanzitutto vittime, perché scontano delle colpe; il male si insinua dentro di loro, sono donne buone che diventano cattive, loro malgrado. Sono figure da Nuovo Testamento, in questo senso: se l’Antico Testamento è fatto di contrapposizioni nette, e si invoca Dio perché colpisca e stermini i nostri nemici, nel Nuovo Testamento si dice “ama il tuo nemico”. Le surbiles non sanno nemmeno di essere cattive, un po’ come nel film di Carpenter, La cosa: il male alberga in noi e alla fine prende il sopravvento e ci trasforma. La surbile viene combattuta, allontanata, esorcizzata ma anche vista con una certa pietà dal resto della comunità.

Il film può essere visto come una replica speculare di Su Re: lì una figura positiva, Cristo, a cui nessuno crede, in un mondo popolato quasi da soli uomini; qui una figura dalle connotazioni negative, a cui credono in tanti, in un universo prettamente femminile. Dove sono gli uomini, in Surbiles, e perché non agiscono?

Gli uomini dormono, bevono, sembrano non sapere, non parlano. Ma non per un atteggiamento omertoso, quanto per la predisposizione dell’animo sardo che spinge a non dire, per dignità piuttosto che per omertà: l’accettazione di ciò che è misterioso e deve rimanere tale, ciò che non si vede e non si deve vedere. Una condizione dell’essere umano che viene accettata, in tutti i suoi limiti. È una caratteristica importante del mondo arcaico, che ha a che fare con una sapienza antica, e riporta alla voce che dice a Mosè: “tu potrai vedermi solo di spalle, da lontano”. Come nel caso del marito che sa della donna e non dice niente. C’è un gioco delle parti: gli uomini si defilano per lasciare spazio alle donne, una replica all’inverso di quando le donne stanno in silenzio pur sapendo, essendo al corrente delle gesta compiute dagli uomini.

Il film raggiunge il suo apice emotivo e visionario nel finale: un ballo tondo silenzioso, in una radura, quasi una trance spirituale in cui non si sente più la musica ma solo il rumore ritmico, ipnotico dei passi. Un ballo liberatorio, catartico, in cui si espiano le colpe alla luce di un fuoco che disperde nel cielo ceneri incandescenti. Dove è stato girato?

Nelle campagne di Ovodda. Quanto all’assenza della musica, in realtà li ho fatti ballare al suono della fisarmonica, ma una volta preso il ritmo – che non tutti conoscevano, perché alcuni, e direi almeno la metà, erano malati psichici, ospiti del centro di salute mentale di Cagliari e della Cooperativa Il mio mondo di Quartu Sant’Elena – hanno continuato a ballare. La rigidità del ballo tondo tradizionale sconfina così in qualcosa di meno composto, che lo fa sembrare quasi un sabba, e credo ciò dipenda proprio dalla presenza di questi malati, persone esterne a quel mondo, che prendono parte al ballo come elevazione verso il cielo.

Dicono “il tempo è denaro”, e dicono una menzogna. Il tempo è ricordo, e il ricordo è il passato che si accresce avanzando. Cecilia Mangini lo sa. Cecilia è una ragazza di novant’anni. Ne ha venticinque nell’estate del 1952 – appena sette anni dopo la guerra – quando affronta il primo volo. Condotta dal ricordo omerico di “un’isola circondata da pietre galleggianti” trova approdo a Lipari. Porta con se solo una macchina fotografica, una di quelle reflex – la Zeiss SuperIkonta 6×6 – che fanno apparire d’un tratto le immagini nella camera oscura, come miraggi. Scatta fotografie oniriche, in un’estate “dal biancore assoluto, come in uno stato di ubriachezza”.

I soggetti sono donne, bambini, ragazzi, mai un adulto. E’ iniziata la modernità: l’homo faber si è fatto migrante, “sa dove sta andando? In giro per il mondo, ma soprattutto in Australia”. Le cave di pomice sono un set neorealista a cielo aperto, che Cecilia attraversa in lungo e in largo, concedendosi tutti i punti di vista possibili, come un consumato professionista. E’ solo una ragazza. Da Lipari a Panarea il passo è breve: un’altra isola, un altro mondo, il tema ricorrente sono i ragazzi del luogo, tutti più o meno coinvolti nel quotidiano ménage casa-lavoro-famiglia. Ragazzi pastori, pescatori, che attendono alle faccende domestiche, alle incombenze del minuscolo indotto turistico. E’ una scoperta che abbaglia. “Torno a Roma emozionata”, racconta. “Ho visto un mondo che nella propaganda del Dopoguerra non esiste. Quando quelle immagini compaiono come d’incanto, una dietro l’altra, capisco una cosa: io sono una fotografa”.

Oggi quelle diapositive riemergono dall’oblio che le ha ammantate per sessant’anni: l’autrice le ha regalate per le collezioni dell’Isre, l’Istituto superiore regionale etnografico, e dal 21 settembre (ore 18,30) al Museo del costume di Nuoro saranno fruibili al pubblico in una mostra, “Isole”. “Torno in Sardegna dopo un’assenza lunga quasi sessant’anni, ma di quest’isola non ho dimenticato nulla” – spiega, facendo roteare uno sguardo incredibilmente vivo. Conserva nella memoria ogni istante vissuto come una diapositiva: è il suo ricordo la mostra più affascinante.

“Arrivai a Olbia alla fine degli anni Cinquanta, chiamata dall’Istituto Luce che mi affidò una commessa dell’Anas: stavano realizzando dei documentari sulla nascita delle strade in Italia, a me affidarono le riprese della Carlo Felice. Ho impresso il primo sguardo che mi si posò addosso: ero ancora “il continente”. Quello sguardo di una fierezza radicata era figlio non tanto dell’ isolamento, quanto di una totale, assoluta libertà. In Sardegna non scattai fotografie – ero molto concentrata sulla narrazione– ma conservo moltissime immagini: sono impresse, ieri come oggi, nella mia memoria. Uno stagno di un Molentargius non ancora Parco, popolato di pescatori solitari: uomini soli carichi d’amore. Una giornata di febbraio, quando arrivata dall’inverno romano a Nuoro trovai la primavera. Era piazza Satta, un luogo metafisico, che mescolava realtà e finzione: un prato in technicolor. Li vede gli asfodeli? Li sente i profumi? Bene: io ho ancora negli occhi i volti di quei ragazzi, i loro occhi infuocati che giocavano all’aperto. Erano già così moderni: felici di tutto, anche di essere ripresi.

A Bolotana scoprii che la vita ti dà due possibilità, quando sei isolato: puoi decidere per l’abbandono, oppure per la rivolta. E qui la gente reagiva. Scoprii che nell’abbandono i sardi si sentivano diversi, e fieri di questa alterità. Se dovessi usare un aggettivo direi: orgogliosi. Girai un documentario per la Rai, “Domani vincerò”, in una palestra spontanea nata in un paese. Sa cos’era? Era una catena di montaggio della felicità.

Oggi, domanda? Oggi le isole non sono più quelle di allora: sono state rovesciate come un guanto. In Sardegna arrivano turisti come onde, la considerano – a ragione – un paradiso terrestre. Panarea e Lipari sono diventate i pied-à-terre dei miliardari di ogni mondo. Però… però per fortuna – per un miracolo – questo cambiamento non ha compromesso l’anima più profonda delle isole: la bellezza del paesaggio. Forse lei non ne è del tutto consapevole, ma la sua isola è uno dei più bei posti del mondo. Per questo sono felice di averci rimesso piede: tornare per me è stata una trasfusione di energia”.