Cala il sipario su IsReal 2019 – Festival del cinema del reale, che si è svolto nella città di Nuoro dal 7 al 12 maggio sotto l’egida dell’ISRE e con il contributo di Fondazione di Sardegna e Sardegna Film Commission.

La Giuria del concorso internazionale, composta da Haden Guest, Gurcan Keltek e Rossella Ragazzi, ha assegnato il primo premio, dell’importo di 3500 euro, a Tourneur, di Yalda Afsah, con questa motivazione: “Alcuni corpi attraversano, nascosti da nuvole di schiuma, un caos ludico, improvvisamente sfondato dal passaggio affrettato di un toro nell’inquadratura. Si produce una tensione dinamica che attrae magneticamente lo spettatore per tutta la durata di questo cortometraggio, realizzato con notevole maestria. Tourneur è un lavoro di scultura cinematografica, una commistione sensoriale e sensuale fra essere umano e animale, che potrebbe anche essere proiettato in “loop” in gallerie d’arte e istallazioni museali. Un’altra raffinata dimensione metaforica anima questo cortometraggio: la visione di un innocente ma volontaria inconsapevolezza delle forze oscure, irrazionali e onnipresenti che ad ogni istante potrebbero rivoltarsi e generare violenza. Con la sua formale raffinatezza di suono e immagine, la sua forza viscerale e maestosa, assegniamo il primo premio del festival ISReal 2019 a Tourneur di Yalda Afsah”.

Studio astratto sulla tradizione arcaica della lotta dei tori nel sud della Francia, Tourneur pone i corpi al centro del linguaggio cinematografico, pur rivelando solo stralci della danza fra i tori e l’uomo, forzando l’azione al di là dei limiti del visibile.

Qui il trailer del film vincitore: https://m.youtube.com/watch?v=ac2TumCmMw4

Secondo premio (2000 euro) a Zagros, di Ariane Lorrain e Shahab Mihandoust, con questa motivazione: “In questo film, opera prima di ottimo calibro, l’arte e la maestria pazienti e minuziose della tessitura del tappeto vengono rivelate sia come modo di vita, che come vivida forma di memoria collettiva. In “Zagros” il tempo e la tradizione sono racchiuse in matasse di lana i cui splendenti colori sono una fra le storie accattivanti che vengono raccontate qui con destrezza ed empatia. Nel rivelare la bellezza folgorante e il duro lavoro veicolate dal telaio antico ma oggi minacciato di estinzione, il film permette allo spettatore di meditare sugli schemi più profondi del tempo umano, del suo capitale culturale ed economico, che sono iscritti ovunque, ma a cui raramente si dà attenzione. Con la sua eloquenza e poesia, attenzione e cura, e per la promessa che altri film importanti seguiranno, assegniamo il secondo premio a Zagros e ai film-makers Shahab Mihandoust e Ariane Lorrain”.

Zagros è ambientato nelle montagne dell’Iran occidentale, dove la comunità dei Bakthiari porta avanti l’antica tradizione della tessitura dei tappeti. Il processo di lavorazione della lana coinvolge ogni abitante dei villaggi, passando dai pastori ai tintori fino ad arrivare alle mani delle tessitrici. Il duro lavoro, specchio di un antico modello tribale, sulle cui decorazioni si traccia la storia di un intero popolo, viene sempre più svalutato economicamente al di fuori della loro comunità. Tuttavia il desiderio del mantenimento delle tradizioni è più forte di qualsiasi istanza mercantilistica.

La giuria giovani, composta da Stefano Careddu, Marta Innocenti, Brigitta Loconte, Lea Pedri Stocco, Martina Pinna, Pietro Repoisti, Simona Saba, Andrea Sanrelli, Martina Santagati e Arianna Vietina, assegna il terzo premio (1000 euro) a Carelia, Internacional con Monumento, di Andrés Duque, con questa motivazione: “La giuria giovani ha deciso di premiare Carelia, Internacional con Monumento di Andrés Duque, per l’audacia nel raccontare una storia ancora sospesa con la consapevole libertà di cambiare registro stilistico, migrando da una dimensione magica alla realtà storica passata e presente”.

La Carelia è una regione situata al confine tra Russia e Finlandia cui è associato il tragico ricordo di uno dei massacri più feroci della storia, quello perpetrato nel 1570 dalle orde russe di Ivan il terribile, durante il quale si stima che siano state uccise tra 700.000 e 1,5 milioni di persone. Un eccidio al quale seguì quello perpetrato da Stalin che, negli anni ’30 del “Grande Terrore”, fece della Carelia una terra di morte, costellata dai gulag nei quali scomparvero centinaia di migliaia di perseguitati politici. Prendendo spunto da questa ferita ancora aperta, il film tesse svariati fili narrativi per comporre un mosaico sfaccettato della Carelia odierna.

Le dichiarazioni

Giuseppe Matteo Pirisi, presidente dell’Isre, è entusiasta. “La quarta edizione di IsReal è stata un grandissimo successo che ha visto l’Isre protagonista del cinema del reale, non solo in Sardegna. L’evento proietta prepotentemente l’isola nel panorama cinematografico internazionale. Il crescendo di risultati è testimoniato dalla sala sempre piena e da un pubblico sempre attento e calorosissimo, per questo sono grato a tutti, in particolar modo al personale Isre, e auspico che la manifestazione prosegua anche in futuro su questo solco”.

“Chiudiamo la quarta edizione di IsReal con un bilancio molto positivo” dice il direttore artistico Alessandro Stellino, “ottimo afflusso di persone in sala, registi soddisfatti, film di grande qualità, eventi importanti, a testimonianza del fatto che il Festival, portando a Nuoro artisti nazionali e internazionali, regala al territorio qualcosa che va oltre la sala cinematografica”.

 

Cala il sipario sulla quarta edizione 2019 di IsReal – Festival del cinema del reale dell’ISRE, che si è svolto nella città di Nuoro dal 7 al 12 maggio. Il programma dell’ultima giornata, domenica 12 maggio,  propone una nutrita pattuglia di film che mettono la Sardegna in primo piano.

Si comincia alle ore 10, con la proiezione dei quattro film realizzati dal progetto Territori Viventi, il corso di cinema documentario realizzato dalla società di produzione Mommotty,  con il sostegni di Sardegna Film Commission, Mibac e Siae,  che, come spiega il direttore del corso, il regista Daniele Maggioni –è nato con l’intento di formare un nucleo di giovani filmmaker a una specifica tipologia di attività cinematografica: quella della documentazione territoriale”.

Le quattro opere sono: Ausonia, di Giulia Cambia ed Elisa Meloni; Le tessere perdute di Simone Paderi; Sono schizzato, di Carlo Licheri con il contributo di Elisa Meloni, Roberto Cabras e Alessandra Manca Imbustai Bentu (letteralmente mettere il vento in busta, ossia provare a catturarlo) di Enrico Madau e Alessandra Manca.

Di particolare significato storico, il primo film, Ausonia, è un film giocato sulla memoria perduta di un quartiere cagliaritano nato dopo i bombardamenti del 1943 in una zona compresa tra il Poetto e il Quartiere del Sole, oggi inesistente e dimenticato.

Le tessere perdute, di Simone Paderi, racconta invece la ricerca incompiuta del passato, compiuta attraverso la testimonianza di una donna simbolo della memoria familiare ritrovata: una madre.

Sono schizzato è un film intimo e delicato, che affronta con coraggio il tema dell’infanzia e del bullismo, tra Ollolai e Nuoro, in un racconto in presa diretta dove il protagonista confessa il proprio malessere esistenziale e lo esorcizza attraverso una nuova consapevolezza.

Imbustai Bentu, infine, come spiegano gli autori, è un film di osservazione delle città ventose, nello specifico di Cagliari; il suono si fa sospiro, che sussurra suggestioni in bianco e nero.

Si prosegue con le proiezioni alle ore 11, quando il grande schermo propone The Passage, opera del 2011 di Roberto Minervini. E’ la storia di Ana, una donna che dopo aver saputo dal medico che l’ha in cura che le ultime terapie non hanno avuto effetto sul suo cancro in fase terminale, decide di accettare il suggerimento di una cara amica e recarsi presso un curandero che si trova in Texas. Quando, per caso, incrocia in un supermercato un uomo appena uscito di prigione, decide di chiedergli di accompagnarla in questo viaggio, visto che lei non ha alcun mezzo di trasporto e la località dove il curandero opera è lontana. L’uomo, convinto anche da un’offerta di denaro della donna, accetta di darle un passaggio in auto, intraprendendo con lei un lungo viaggio in cui Ana nutrirà fino all’ultimo la speranza che il curandero possa salvarla.

Dopo la pausa pranzo, si ricomincia la sera, alle 17, con il film fuori concorso della regista nuorese Monica Dovarch, Climbing the Elixir (prodotto da Circolo della confusione e dall’Isre). “Quando ero più giovane” racconta la regista “avevo sentito parlare di questa leggenda, che raccontava di pastori alpinisti tra le montagne della Barbagia e dell’Ogliastra. Sono così andata a cercare le tracce di queste storie. E ho scoperto che dicevano il vero”.

Alle 18,30, la proclamazione e la conseguente premiazione dei vincitori della quarta edizione di IsReal.
La Giuria del concorso internazionale, composta da Haden Guest, Gurcan Keltek e Rossella ragazzi, assegna il primo e il secondo premio (rispettivamente, di 3500 e 2000 euro). La giuria giovani, comporta da Stefano Careddu, Marta Innocenti, Brigitta Loconte, Lea Pedri Stocco, Martina Pinna, Pietro repoisti, Simona Saba, Andrea Sanrelli, Martina Santagati e Arianna Vietina, assegna il erzo premio (1000 euro).

Alle 21 si chiude con la proiezione in prima assoluta – al Teatro TEN di Nuoro – del film Piove deserto, di Maria Grazia Perria e Daniele Maggioni. Ricchissimo il cast, dove sono presenti: Agnese Fois, Emilia Agnesa,  Davide Hiroshi Contu, Maria Teresa Campus, Jacopo Falugiani, Andrea Petrillo, Elisa Pistis, Noemi Medas, Corrado Giannetti, Lia Careddu, Maria Grazia Sughi, con la partecipazione di Gianmarco Tognazzi.

La quinta giornata di IsReal, Festival di cinema del reale, in corso all’Auditorium Lilliu di Nuoro (dal 7 al 12 maggio) sotto l’egida dell’Isre, inizia sabato 11 maggio nel segno della Sardegna.

Alle ore 11 appuntamento con Sa femmina accabadora, di Fabrizio Galatea. Attraverso alcuni paesaggi solari della Sardegna (da Nuoro a Santa Teresa di Gallura, da Fonni a Oschiri, passando per Bassacutena e Cagliari), il regista torinese riavvolge le lancette dell’orologio per raccontare le dame della buona morte, il loro rapporto con la religione e come si svolgeva il rito.

Alle ore 12 Il sottosopra, di Giuseppe Casu e Gianluca Stazi. Miglior documentario prodotto per la radio al Prix Italia e Prix Europa nel 2018, Il sottosopra conduce l’ascoltatore nelle profondità di una storia che scava dentro il cuore minerario della Sardegna, portando in primo piano la dimensione sonora dell’oscurità. Dove l’immagine negata si fa cinema.

Nel pomeriggio, si ricomincia alle ore 16. Le geografie umane di Claire Simon si posizionano su Le concours, pellicola del 2016 dove la regista francese, attraverso il racconto del processo di selezione, del duro lavoro tutto l’anno e degli esami di diploma, delinea un ritratto del nostro rapporto con l’eccellenza nell’arte.

Alle ore 18, un film in concorso: La strada per le montagne, di Micol Roubini (Francia, Italia, 2019, 83’). “Il film” spiega la Roubini “è la ricerca della casa appartenuta a mio nonno e ritratta in una fotografia risalente al 1919. Al centro di un remoto villaggio dell’Ucraina occidentale, una vasta area misteriosamente inaccessibile: guardie armate perlustrano il territorio giorno e notte. Senza alcuna ragione apparente”.

Alle ore 19,00 presentazione del libro L’Invenzione del reale, di Dario Zonta, alla presenza dell’autore, di Giovanni Columbu e di Roberto Minervini.

Alle ore 21, infine, la proiezione di un film molto atteso: What You Gonna Do When the World’s on Fire? di Roberto Minervini. Accolto dalla soffice morsa di un pubblico attento e numerosissimo, che lo fa sentire subito a casa senza soffocarlo, ‘sono commosso di essere qui’ dice Minervini, ‘qui in Sardegna, dove ho imparato a imparare’. ‘Mia mia mamma è sarda, è di Fonni, quando andrò via da qui mi aspettano a casa. Mio nonno era un cacciatore, lo chiamavano Piccolo Mario, con lui ho conosciuto i territori della Barbagia e le montagne dell’interno, con lui ho visto il primo muflone. Il mare non c’era, quando da piccolo correvo lungo le vie del paese. Ho trascorso a Fonni alcune tra le più belle estati della mia infanzia. Non avrei mai pensato di tornare a raccontare i miei lavori qui, in questi posti dove sono venuto a imparare, in questa terra che mi ha insegnato molto più di quello che ho potuto darle. Qui ho imparato a osservare. Qui ho imparato che da ciascuno si può avere qualcosa. Il mio cinema è questo: un cinema di relazione basato sull’intimità che si viene a creare quando si sta insieme, e si cresce insieme, vivendo’.

La quarta giornata di IsReal – Festival del cinema del reale, propone un programma ricco di eventi e molto variegato. Si comincia alle ore 11, con una nuova opera di Claire Simon, la regista francese che racconta in modo poetico il mondo dell’infanzia e dell’adolescenza. E’ Premièrs solitudes, girato in una scuola nella periferia di Parigi. Mentre parlano insieme delle loro origini, dei genitori, dei primi amori, dei desideri e delle paure per il futuro, dieci adolescenti ordinari stringono legami sempre più stretti. E capiscono di non essere soli.

Alle ore 16,00, Sangre, di Adrien Pescayré. Alle pendici del vulcano Popocateptl, nel cuore dello Stato di Puebla, in Messico, territorio caro alla cultura Azteca, è ancora possibile incontrare sacerdoti dediti a rituali di invocazione degli spiriti della rivolta, chiamati a diffondere la loro onda purificatrice sulla terra. Tra di essi, sentiamo pronunciare il nome di Emiliano Zapata, personaggio leggendario, icona della cultura contadina del Messico. Sangre, sinfonia visiva immersa nel buio delle grotte e della notte della campagna messicana, si infuoca di colori e densità che ci restituiscono sotto forma di materia cromatica l’essenza di tradizioni millenarie che rivivono ogni giorno nei riti eterni degli ultimi sacerdoti che ancora rivolgono al vulcano le loro invocazioni. A seguire, De los nombres de las cabras, di Miguel G. Morales e Silvia Navarro. 

Alle ore 18,00, appuntamento con Louisiana, di Roberto Minervini.
Qui il trailer: https://www.youtube.com/watch?v=ZklTNTQoaEg.
“I film di Minervini” scrive Goffredo Fofi “propongono esempi di vera vita americana nel bene e nel male, quella che Hollywood non narra più da tempo, la grande “fabbrica di salsicce” di cui parlava Erich von Stroheim che ci perse le penne, oggi frigidamente ipertecnologica e iperbancaria, e fornitrice di salsicce geneticamente modificate perfette per zombie e robot, per postumani. Louisiana fa pensare nella prima parte a Furore, nella seconda a Nashville. Ma è diverso da entrambi perché è diverso il mondo di oggi, gli Stati Uniti di oggi, non siamo negli anni trenta e neanche alla metà dei settanta. Siamo, appunto, nel mondo di oggi e tra i suoi perdenti, nel cuore stesso del sistema di potere, economico e ideologico, di cui anche noi siamo succubi”.

Alle ore 19,00, presentazione del volume “La passione del reale”, di Daniela Dottorini, con Antoco Floris e Felice Tiragallo. Un libro che non vuole fornire una precisa definizione dell’abusata etichetta di “cinema del reale”, bensì proporre un’ esplorazione dei vari possibili significati di questa locuzione smarginando di gran lunga dal tradizionale perimetro del documentario novecentesco.

Alle 21 un nuovo film in concorso, Carelia, internacional con monumento, di Andrés Duque. La Carelia è una regione situata al confine tra Russia e Finlandia cui è associato il tragico ricordo di uno dei massacri più feroci della storia, quello perpetrato nel 1570 dalle orde russe di Ivan il terribile, durante il quale si stima che siano state uccise tra 700.000 e 1,5 milioni di persone.

Alle 22,30, appuntamento con la retrospettiva di Camilo Restrepo – Segni di guerra. Si proiettano Cilaos, del 2016, e La Bouche, del 2017.  Nel primo film una donna va alla ricerca di suo padre, che non ha mai conosciuto di persona: un donnaiolo, soprannominato “La Bouche”. Nel corso del proprio viaggio scopre però che l’uomo è già scomparso prima che lei riesca a vederlo per la prima volta. La Bouche costituisce invece il secondo capitolo del dittico musicale inaugurato con Cilaos. Dopo aver scoperto il brutale assassinio della figlia da parte di suo marito, noto come “La Bouche”, un uomo rimane in sospeso tra l’elaborazione solitaria del lutto e il desiderio di vendetta.

La terza giornata dell’edizione 2019 di IsReal – Festival del cinema del reale, giovedì 9 maggio, propone due straordinarie retrospettive. La prima è quella dedicata a Roberto Minervini, regista David di Donatello per il miglior documentario 2016, nel giorno in cui esce nelle sale il suo ultimo documentario, “Che fare quando il mondo è in fiamme”. Presentato all’ultima Mostra del cinema di Venezia, il film è un viaggio nel Sud degli Stati Uniti, in lotta contro il razzismo.

Cosa fare quando il mondo è in fiamme? è l’ultima tappa di un percorso personale e professionale che ha portato Minervini, originario di Fonni (Nuoro) da parte di madre, da un’analisi esistenziale e intimista a un lavoro di denuncia più dichiaratamente politico. “Credo che in questo processo ci sia anche un aspetto molto personale, di crescita” spiega Minervini, che resterà a Nuoro fino a sabato 11 maggio. “Con il passare del tempo anche la mia “voce” è cresciuta, si è rafforzata, ho preso coraggio. H pensato di aver conquistato l’autorevolezza necessaria ad affrontare in maniera più decisa un discorso politico che mi stava molto a cuore. Sempre con l’idea di non farne un monologo ma di dare vita a una dialettica, se non addirittura a un dibattito”.

 

Il nuovo film racconta l’America profonda, della tensione e del conflitto – in particolare nella città di Houston. “Una roccaforte progressista dai confini territoriali molto estesi e circondata da fortissimi moti reazionari che oggi più che mai hanno preso voce, perché grazie alle manovre del presidente Trump i movimenti di estrema destra possono godere di libertà garantite loro dal Primo emendamento. La libertà di espressione si trasforma così facilmente nella libertà di odiare e nei cosiddetti “hate crimes” – spiega Minervini.

 

“L’uguaglianza non è un concetto flessibile, è qualcosa di ben preciso, lo dico perché negli Stati Uniti il concetto di uguaglianza è in qualche modo un concetto perverso. Per me, quindi, era necessario utilizzare questa seppur piccola visibilità mediatica guadagnata con i film precedenti per prendere una posizione ben precisa e testimoniare di quanto sta accadendo”.

 

Il regista spiega come è cambiato il suo modo di fare cinema, negli anni: “Oggi, anziché raccontare il passato per parlare del presente, racconto storie del presente nelle quali si riflette la storia più ampia. C’è sempre un momento, nella realizzazione dei miei film, in cui avviene una sorta di catarsi, perché il momento delle riprese, molto lungo, è preceduto da un’altrettanto lunga fase di frequentazione, uno stare insieme che trascende completamente il cinema e che costituisce la condizione necessaria per poter pensare di realizzare progetti cinematografici come i miei. Si tratta di un cinema che dev’essere vissuto, un cinema che esiste a prescindere dal cinema, mi verrebbe da dire. Il film è in bianco e nero. La ragione è legata all’idea di fornire un aspetto atemporale al racconto: non è la mia storia, quindi mi annullo, mi faccio da parte attraverso la sottrazione del colore, che a volte può essere molto invasivo. Era anche un modo per neutralizzare una concezione del colore proprio della cultura bianca europea, così come lo è il concetto di “bello” ad esso legato. Escludendo il colore abbiamo escluso anche una gerarchia del bello e del brutto, e della differenza, che non ci interessava”.

 

Nel finale del film la domanda che lo sottende (“Cosa fare quando il mondo è in fiamme?”) emerge con forza e trova risposte diverse: da una parte una madre che consiglia al figlio adolescente di essere remissivo e non reagire, dall’altra un gruppo di attivisti che è pronto allo scontro. Pare evidente come la domanda, posta nel titolo alla seconda persona singolare, sia rivolta a tutti: è un momento critico in cui ognuno deve decidere da che parte stare.

Qui, i primi minuti del film

https://www.repubblica.it/spettacoli/cinema/2019/05/07/news/_cosa_fare_quando_il_mondo_e_in_fiamme_-225523546/

 

La seconda retrospettiva inaugurata giovedì 9 maggio a IsReal è dedicata a Camilo Restrepo.
Con appena cinque cortometraggi realizzati in sette anni, Restrepo traccia un percorso unico che trascende i limiti del cinema documentario e sperimentale, partendo dai laboratori di sviluppo analogico e arrivando fino alle più importanti rassegne mondiali di Locarno e Cannes. Nato a Medellín (Colombia) nel 1975, intraprende gli studi d’arte, per poi trasferirsi nel 1999 a Parigi dove prosegue la formazione. Abbandonata la carriera pittorica, trova nella pellicola la propria dimensione espressiva: la fascinazione per l’immagine in movimento si coniuga con la dimensione artigianale de “L’Abominable”, fertile laboratorio analogico parigino dove i filmmaker indipendenti possono filmare, sviluppare ed elaborare il girato in pellicola in totale autonomia. La sua ricerca si lega in modo imprescindibile a questa cornice di indipendenza artistica: il laboratorio, come l’atelier del pittore, diviene il luogo ideale nel quale l’anima dell’artista e quella del filmmaker possono ricongiungersi. Uno spazio creativo privilegiato, in cui il processo di produzione non è più parcellizzato come accade nel cinema industriale tradizionale ma vive quotidianamente, in tutte le sue fasi, attraverso il lavoro fisico sulla materia filmica operato dal cineasta artigiano.

 

Tra i film in concorso, Kabul, City in the Wind di Aboozar Amini. Ritratti di un’infanzia complicata. (Documentario, Afghanistan, Giappone, Paesi Bassi, Germania, 2018). Alla guida di un vecchio autobus sgangherato, tra le macerie e la polvere del deserto, squarci di vita quotidiana, raccontati con ironia e dolcezza, nella città afghana ancora segnata dalla guerra e dal terrore talebano.

Qui il trailer: https://www.youtube.com/watch?v=s4WlCS0Ters

La seconda giornata dell’edizione 2019 di IsReal – Festival del cinema del reale, mercoledì 8 maggio 2019 dà ampio spazio ad alcune tra le più autorevoli voci femminili del panorama internazionale del cinema e della letteratura del reale.

Alle ore 18 viene presentata al pubblico la prima delle opere della regista francese Claire Simon: Récréations. Nel cortile di una scuola materna decine di piccoli attori sociali giocano a simulare gli adulti. C’è chi trasforma il cancello scolastico nelle sbarre di una prigione, chi attua prove di forza con il prossimo, chi si mette a raccogliere bastoncini, chi vorrebbe saltare una panchina ma non riesce a superare le proprie paure. Nonostante la giovanissima età, dinamiche di costruzione dello spazio sociale si insinuano sottilmente nelle strategie di fantasia giocosa dei piccoli protagonisti. Protagonisti, sono i più giovani, con le paure, la spavalderia, la fragilità, l’entusiasmo, i sussulti del cuore che attraversano le loro giornate. La scuola è lo sfondo dove tutto accade, il luogo in cui si ritrovano, lo spazio della loro narrazione in cui Claire Simon trasforma in un racconto il passaggio dall’infanzia all’adolescenza.

Alle ore 19 Goffredo Fofi presenta il romanzo di Maria Pace Ottieri intitolato Il Vesuvio universale. Pubblicato da Einaudi, è il ritratto di una terra di prepotente bellezza, che non si arresta nemmeno di fronte alla minaccia del vulcano che la sovrasta. Narrazione tra passato e presente, cronaca, poesia, storia e memoria, il vulcano più pericoloso d’Europa non è il protagonista, ma la metafora di un mondo perennemente proteso verso il precipizio.

 

Alle ore 21 spazio al concorso internazionale, con il primo documentario della cineasta e giornalista franco-algerina Dorothée-Myriam Kellou: À Mansourah tu nous as séparés. La regista intraprende con suo padre Malek un viaggio nello spazio e nel tempo, un intenso ed emotivo confronto generazionale alla ricerca del villaggio che lui fu costretto ad abbandonare nel corso della guerra d’Algeria.

 

Una fiaba crudele, dove lo spirito selvaggio della natura che circonda un isolato insediamento umano fa da scenario a un conflitto ancestrale: Braguino, un docu-film di Clément Cogitore, ha vinto la terza edizione di IsReal – Festival di cinema del reale – Sguardi sul Mediterraneo, che si è svolta a Nuoro dal 2 al 6 maggio.

La pellicola – una produzione franco-finlandese – si è aggiudicata il primo premio di 3500 euro, assegnato dalla Giuria internazionale composta dalla regista Irene Dionisio, dall’antropologo Dimitris Kerkinos e dal critico cinematografico Neil Young, firma del The Hollywood Reporter, con questa motivazione: “Il film più misterioso e ambiguo del Festival, e forse dell’anno, ci porta dentro una landa disabitata dove le relazioni sociali a volte sembrano più reminiscenze di un’umanità primordiale che del 21esimo secolo. Due clan sono divisi da barriere, acqua, dalla paura dell’Altro, dal reciproco sospetto e ostilità. Ci vengono mostrati frastagliati frammenti di un puzzle che ognuno può assemblare secondo la sua interpretazione e volontà. Il film, a volte divertente, a volte intenso, a volte emozionante ed altre spaventoso, è stato realizzato con l’inconfondibile sensibilità e il senso ritmico del vero artista. Affascinante e allettante dal primo momento, fino alla conclusione che mozza il fiato, quest’opera di assoluta originalità ci invita in un esotico, alieno ed incredibile ambiente, allo stesso tempo psicologico e fisico. E’ cinema della realtà, dell’iperrealtà, della surrealtà e dell’irrealtà”.

Secondo posto per Of Fathers and Sons di Talal Derki, il film più sconvolgente di questa edizione, ritratto inedito e unico sul processo di radicalizzazione all’estremismo islamico: “Tra tutti i film in competizione” scrive la Giuria assegnando il premio di duemila euro, “questo indimenticabile esempio di reportage in prima persona prova l’importanza e il potere del cinema documentario. Quest’opera è stata realizzata da un regista che ha sentito in maniera ineluttabile il bisogno di confrontarsi con la realtà e la verità delle forze che hanno danneggiato il proprio Paese – la Siria – e che ancora minacciano di distruggerlo completamente. Abilmente e sottilmente è stato in grado di dissolvere i confini tra la propria vita, la propria visione artistica e la più ampia visione politica e sociale in cui immerge lo spettatore. Ci sono voluti grande coraggio e determinazione per raccontare questi temi in maniera così personale ed empatica. Quest’opera prova difatti una fede genuina nel potere del cinema di essere capace di aprire gli occhi, le menti, i cuori, ovunque nel mondo”.

Menzione speciale. “La giuria è rimasta piacevolmente colpita dalla profondità e complessità della riflessione di quest’opera che in maniera organica e compatta ha saputo trattare un periodo di tempo così lungo in un lavoro apparentemente semplice e breve. Il film esamina la relazione tra gli individui – che hanno le proprie esigenze, le proprie opinioni, i propri diritti inalienabili e le circostanze storiche in cui si collocano, ridefinendosi. La regista, all’inizio di una carriera che si prefigura affascinante, esplora e rielabora in maniera stimolante un montaggio tecnicamente virtuoso con una colonna sonora vibrante ed evocativa. Il film ha un approccio ironico ad un soggetto stratificato e complesso e al contempo è completamente corroborato da un messaggio politico militante e dall’eccitazione per il potenziale rivoluzionario del medium cinematografico. E’ passato mezzo secolo dal Maggio 68, ma il fuoco ancora brucia dentro ogni singolo frammento in questa provocatoria e memorabile opera bonsai”. La giuria della competizione internazionale è orgogliosa di premiare con la menzione speciale Le Case che eravamo, di Arianna Lodeserto.

Terzo posto per Djamilia, di Aminatou Echard, “per l’originalità con cui è stato affrontato un tema di grande rilevanza sociale, per la maestria con cui l’immagine, la parola e il silenzio generano un continuo dialogo tra passato e presente, tra storia individuale e modello culturale, oltre che a rappresentare un cambiamento in divenire”. Il terzo premio è stato assegnato dalla Giuria giovani del Festival, composta da studenti delle università di Cagliari, Sassari, Milano, Torino e Udine: Astrid Ardenti, Fabiana Foschi, Valeria Lecce, Giulia Claudia Massacci, Massimiliano Mastroluca, Davide Orrù, Laura Sotgiu, Valentina Repetto, Aboubacar Dit Ouka Traore. Menzione speciale dei giovani, “per il dinamismo di una struttura che stimola continuamente l’attenzione, per l’ironia del meta-cinema di cui il film è permeato, e per l’uso creativo di immagini d’archivio capaci di generare un nuovo corso alla seconda parte dell’opera”, a Playing Men, di Matjaz Ivanisin.

Entusiasta il presidente dell’Isre, ente promotore dell’evento insieme alla Fondazione di Sardegna e Sardegna Film Commission, Giuseppe Matteo Pirisi: “Il Festival è stato un successo e ci proponiamo di lavorare da subito alla prossima edizione. Il riscontro più importante lo abbiamo avuto dal pubblico, accorso numeroso, e dalla qualità dei film proiettati. Ci auguriamo di svolgere un’azione di tipo pedagogico per le scuole, e per questo realizzeremo delle tappe intermedie affinché si crei un fil-rouge tra questa edizione e la prossima”.

Soddisfatto Alessandro Stellino, direttore artistico del Festival: “Sono felicissimo di aver portato a compimento una terza edizione del Festival a così breve distanza dalla seconda, la sfida di riproporre un programma che fosse all’altezza di quello precedente, sia per la partecipazione di pubblico che per l’entusiasmo con cui tutti hanno partecipato, è stata vinta. Il risultato è stato un Festival di alto livello,  dove il programma ricchissimo – comporto da anteprime nazionali e addirittura mondiali – è stato integrato con momenti di incontro e scambio di progetti e idee rivolti al futuro”.

La terza giornata di IsReal, Festival di cinema del reale – Sguardi sul Mediterraneo – si è aperta alle ore 11 con la proiezione di Sponde, un film fuori concorso di Irene Dionisio.
Nel pomeriggio, spazio a Terra Franca, una pellicola di Leonor Teles che documenta – sulle rive del fiume Tago, a Villa Franca de Xira vicino a Lisbona – la fine di un ciclo di vita e il cambiamento delle stagioni.

Poi, sempre in concorso, un film molto apprezzato da pubblico e giuria: Le case che eravamo, di Arianna Lodeserto, un documentario sul senso del costruire, e dell’edificare, e dell’abitare. A seguire, CittaGiardino, di Marco Piccarreda, che racconta la vita del centro di assistenza per gli immigrati di un paese dell’entroterra sicialiano ubicato in un edificio fatiscente, schiacciato tra le montagne e le fabbriche, ospitato solo da sei ragazzi tra i 14 e i 18 anni.

Alle 21, un capolavoro firmato Lucien Castaing-Taylor e Véréna Paravel: Leviathan. Girata su un peschereccio al largo della costa di Boston, un’opera che si avventura ai limiti del filmabile: la coppia di antropologi-registi descrive il meccanismo stritolante e disumanizzante dell’economia di sfruttamento, partendo dalle teorie di Hobbes e servendosi di una dozzina di telecamere Go-Pro attaccate alle reti o gettate in mare.

 

La seconda giornata della terza edizione di IsReal – Festival di cinema del reale – Sguardi sul Mediterraneo, è stata ricca di incontri, film ed eventi.

La mattinata è iniziata alle ore 11, con la proiezione di Sweetgrass, di Lucien Casting-Taylor. Alle 16, spazio a Foreign Parts, di Verena Paravel e J.P. Sniadecki. A seguire, Djamilia, di Aminatou Echard.

Alle 19, spazio alla presentazione del volume di Antioco Floris: Banditi a Orgosolo, il film di Vittorio de Seta. Alla presenza del critico Goffredo Fofi e del regista Salvatore Mereu, Floris ha raccontato la nascita del libro e il modo in cui la stampa mondiale accolse il film, all’uscita nelle sale nel 1961.

“Il film va inserito nella nouvelle vogue:  rifonda il neorealismo” spiega l’autore, sottolineando come l’opera non sia da considerarsi un vero e proprio  docufilm ma “vada letta nella prospettiva della tragedia greca”. “Il banditismo fu un fenomeno di tutto il dopoguerra, il segno di un disagio che apriva a forme di rivolta o rivoluzionarie fenomeni sociali complessi” spiega Goffredo Fofi, “un discorso che parte da Carlo Levi, nel 1945, con Cristo si è fermato a Eboli e porta alla scoperta del Sud e alla sua presa di coscienza”. Salvatore Mereu si domanda invece “cosa sia stato De Seta per i sardi”: lo specchio che riflette una cartolina nuova, è la risposta, “l’uomo che per primo ci ha descritto molto diversi da quegli indiani d’America di Balzac”.   

Alle 21, infine, il film di chiusura della serata: Of Fathers and Sons, di Talal Derki. Un’opera che ha stupito il pubblico per l’incredibile vicenda che narra: la storia di alcuni bambini siriani instradati nella più radicale forma di estremismo islamico.

“Abbiamo bisogno di profeti, di artisti che riescano a prevedere il futuro. Bob Dylan è un profeta.

Di che arte ha bisogno il nostro tempo? Di quale tipo di cinema? Io – seppure legga la realtà con uno sguardo amaro e con un pessimismo sempre più accentuato – so da cosa si deve ripartire. Da registi che mi raccontino chi bisogna odiare. Che mi dicano che il populismo è una truffa.

Che la politica non c’è più, perché c’è solo un partito, un modello unico, una sola idea di società: e stanno tutti a destra. Deve venir fuori un altro discorso: il compito dell’arte è questo. Strappare pezzi di territorio al nemico”.

Intervenuto alla tavola rotonda sul Futuro del cinema, organizzata da IsReal – Festival di cinema del reale – Sguardi sul Mediterraneo – in corso a Nuoro dal 2 al 6 maggio, Goffredo Fofi, giornalista e critico cinematografico tra i più importanti in Italia spiega la sua idea di cinema, di società e di mondo. 

“Oggi esistono tre tipi di cinema” continua Fofi: “Il realismo poetico; il realismo assoluto, che definirei rosselliniano – che prevede il pedinamento del personaggio; e il cinema di genere, ben rappresentato dai fratelli D’Innocenzo. Resiste, altrove, un certo cinema visionario come quello di Giovanni Columbu. Poco. Oggi fare un film è facile, ma bisogna avere qualcosa di importante da dire. Non tutti possono farlo. Se non c’è l’arte, almeno che si veda la realtà”.